Pd, si apre l’era di Faraone C’è il segretario, manca il partito

Anche a Partinico posizioni contrapposte

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Davide Faraone comincia la sua avventura da nuovo segretario del Pd siciliano. O di quel mezzo Pd che lo ha seguito in questa campagna per le primarie che mai si celebrarono. L’altro mezzo, quello della vecchia guardia, ha scelto l’Aventino. Contestando una gestione muscolare degli organismi di partito da parte dei renziani. E così oggi, Faraone aprirà simbolicamente le porte della sede del partito di via Bentivegna. Sede chiusa da un pezzo, per via dei problemi finanziari del Pd, che non ha più uffici e dipendenti e che per questo congresso ha sperimentato difficoltà insormontabili persino a spedire una mail o fare una fotocopia. Su queste macerie verrà incoronato stamattina il nuovo segretario, al culmine di un atto di forza che ha messo all’angolo un bel pezzo dei maggiorenti del partito. E che ne ha premiati altri, come Faraone e i suoi più stretti alleati, da Fausto Raciti a Totò Cardinale (incredibile a pensarsi se si scorre la rassegna stampa degli ultimi anni quando il segretario uscente ha incrociato le lame più volte con Sicilia Futura), da Luca Sammartino ad Antonio Rubino (vicesegretario e fondatore di quei partigiani che sembravano nati in chiave antirenziana e che con i renziani si presero il partito). L’hashtag c’è già, è quella la specialità della casa. Ma c’è ancora il partito?

Nell’angolo sono rimasti gli altri. I Cracolici, i Lupo, i Crisafulli, gli Speziale, tutta quella classe dirigente che al seguito di Teresa Piccione ha cercato di appigliarsi a regolamenti e ricorsi, finendo travolta dalla locomotiva renziana che ha corso diritta verso la meta, senza guardare in faccia nessuno. È l’alba del “partito aperto” teorizzato dall’ex sottosegretario. A cui fa gli occhi dolci, politicamente parlando, la Forza Italia che non digerisce Salvini, quella di Gianfranco Micciché.

È pesante il fardello che Faraone da oggi si carica addosso. È il fardello di un partito dilaniato, spaccato a metà a tutti i livelli, all’Ars come sui territori, con separati in casa che si considerano reciprocamente nemici. E all’orizzonte c’è il congresso nazionale, dove i renziani si giocheranno tutto contro Nicola Zingaretti. Favorito secondo i sondaggi e atteso come liberatore dagli avversari di Faraone. Con i retroscenisti nazionali pronti a scommettere su un Renzi con la valigia pronta per farsi il suo partito. In Sicilia non c’è stato bisogno dell’incomodo del trasloco. I renziani si sono presi il Pd, tutto, con un’assemblea di partito bulgara schierata tutta col nuovo segretario dopo la rinuncia di Piccione. E senza nemmeno doversi scomodare ai gazebo.

Riuscirà Faraone a ritrovare la leggerezza scrollandosi di dosso il macigno di questo disastro? La leggerezza, insegnava Italo Calvino, “non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Sarà un’impresa ardua. E di Calvino, guardando al Pd siciliano, sovvengono piuttosto le enigmatiche figure de I Nostri Antenati e i loro attributi. Il visconte dimezzato, dimezzato come il nuovo segretario delegittimato dall’altra parte del partito. Il barone rampante, rampante come i renziani che hanno respinto la prospettiva dell’unità, rottamandola come inciucio, per scegliere di contarsi e prendersi la segreteria senza accordi. E il cavaliere inesistente. Come rischia di risvegliarsi il Pd alla fine della sua eterna guerra fratricida.

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